PAUL WELLER – “On Sunset” (Polydor, 2020)

Sinceramente me lo sarei aspettato più rock. Tutto sommato, però, le mie attese interessano ben poco al lettore, no?

On Sunset sarà pure poco rock, ma è un signor disco come si confà a chi, raggiunta la maturità, lascia un po’ perdere i nobili trascorsi e si butta nella composizione, sfidando forme capaci di spostare il discorso musicale un po’ più in là.

Credo che Paul Weller non impazzisca per l’etichetta profilata (e un briciolo senatoriale) di padre nobile della scena contemporanea brit, lui il traduttore e traghettatore dell’estetica mod attraverso confetture punk e vari consigli di stile. Una visione imbalsamata e museale in contraddizione rispetto a quanto stia ancora dando. In fondo, lui resta sempre fedele a se stesso: solo qualche ruga in più, il capello bianco e una chitarra pronta a vergare con gusto propositi musicali di compiuta solidità (anche temporale).

Questa volta Weller è irresistibilmente pop e l’opener Mirror Ball sta lì a cantarcelo in faccia, superata la prima cortina emanata da un piano dissonante: incipit di alta melodia e suoni freschi. In tal senso non fa sconti in Old Father Tyme e in Earth Beat.  Revival Style Council? Sarebbe troppo facile e scontato: Weller è uno che ci mette l’anima, anzi il soul (Baptise e Village), sempre ubiquo in ogni suo solco di vinile o digitale che sia. Sperimentazioni orchestrali di ampio respiro segnano un passo evolutivo in More (ah, la scuola di Isaac Hayes e quella del Philly Sound), ma ci sono anche gli anni Sessanta in certi staccati un po’ alla Kinks (Equanimity e Walkin’). Che dire, poi, dell’artigiano della ballata easy, leggera, non scevra di influenze latine (On Sunset) e di riconferme in chiave brit-rock (Rockets)?

Poche chitarre e più violini, è vero; non fermiamoci, però, ai timbri: la scrittura è di altissimo livello. Il disco continua dove finisce: addirittura 5 bonus track per la Deluxe Edition su Apple Music o su Spotify; oltre alla versione strumentale di Baptise e quella più ridotta della title track, si segnala 4th Dimension (un giochino elettroacustico tra lounge e techno), Ploughman (una ballata alla Iggy Pop) e I’ll Think of Something (un notturno in forma di canzone). (Riccardo Storti)

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