STEVEN WILSON – “The Future Bites” (Caroline International, 2021) – GUIDA ALL’ASCOLTO (II/II) – TERZA PARTE

Album denso, ve lo avevamo detto. Se vi siete persi l‘introduzione e la prima parte dell’analisi, no problem, cliccate sulle parole evidenziate qui sopra.

Eminent Sleaze – Tutto gira intorno ad un territorio tonale fisso per un esperimento musicale ben radicato nella musica nera: un basso “duro” e sporco (Power Station?), così come il pianoforte che, di tanto in tanto, viene fuori; i violini alla Philly Sound sono suonati dalla London Session Orchestra; l’altro piano – quello elettrico, un Fender Rhodes – svisa da padrone. Certo: è tutto soul ad ampio raggio partendo da Isaac Hayes per arrivare a Prince, ma attenti sempre al canto: la linea canora ha un richiamo distopico-sonoro alle distorsioni vocali di Lake in 21st Century Schizoid Man e anche l’irregolare solo di chitarra punta verso un universo frippiano. Non diamo mai nulla per scontato con Wilson e accogliamo qualunque suggestione (anche quando meno ce lo aspettiano).

Man of the People – Una ballad alla Gilmour con la drum machine? L’eredità floydiana – che fu dei Porcupine Tree – continua a maturare. Può essere, ma non fermiamoci alle (pur solide) apparenze: il brano coglie il suo placet soprattutto per il lavoro sulle armonie e le timbriche vocali. Wilson riprende quanto già sperimentato in King Ghost ma all’interno di uno spettro espressivo addirittura più vario. Il testo parla di una persona pubblica coinvolta in uno scandalo che ha messo a nudo debolezze e nefandezze, tutto sempre sotto l’occhio vigile del villaggio globale dove ogni traccia non si può cancellare (“E cosa resta di noi? Adesso ci sono solo le ceneri. L’ambizione mi ha congelate, come un inverno demoniaco”).

Personal Shopper – L’attacco al consumismo è servito e quale miglior corredo musicale se non quello estraibile da  codici sonori, appunto, di consumo? L’uomo si è incarnato (e incarnito) nell’anima del cliente (altri tempi, quando, invece, la pubblicità era l’anima del commercio). In realtà alla fine, resta solo un lungo elenco di prodotti: l’uomo ha perso anima e corpo, perché il futuro morde e ci fagocita, spersonalizzandoci dentro e fuori.

La scelta di Wilson è coraggiosa: oltre 9 minuti per un pezzo dalla scorza techno, ma che non rinuncia ad accumulare elementi stilistici eterogenei (un po’ come quei prodotti gettati alla rinfusa nella borsa della spesa). Il tema portante è una sorta di Dies Irae, suonato all’inizio dalle note basse di un sintetizzatore: strano l’effetto di sentire nella stessa massa sonora reminiscenze kraftwerkiane e flebili lucori argentini di piani elettrici quasi jazz-rock. Tutto suona “strano” ma non certamente estraneo a chi sa ascoltare: una struttura ballabile degna del Giorgio Moroder più danzereccio, delimitata da un ritornello (“Buy for comfort, buy for kicks”) molto anni Ottanta (Human League? Inxs?) ed un bridge (“Consumer of life, hold my hand, extend your rights…”) tra gli Abba e gli Asia.

In mezzo è tutto un gioco di dinamiche dosate e mai forzate, quasi come se fosse un movimento sinfonico, con tanto di “interludio” adagio, cadenzato da una lista della spesa declamata da Elton John come se fosse una litania.

Follower – L’altra ossessione è quella del “follow”, la caccia all’attenzione altrui per manifestarsi come si vorrebbe essere e non si è. ” Mi muovo dentro di te come una febbre per farti credere quello che voglio… Io sarò il mattone virtuale attraverso la tua finestra”: la persuasione del sistema in un mutante Truman Show egoico. Wilson dà forza ai suoi versi avvalendosi di una spinta rockatronica sgorgata da reminiscenze anni Ottanta: c’è Billy Idol, un po’ di Sigue Sigue Spuntnik, qualche schizzo di Devo; ma un ritornello aereo ci riporta indietro addirittura agli Yes di una Siberian Khatru macchiata di noise post-rock.

Count of Unease – Chiusura in tono (apparentemente) minore con un’altalenante lullaby in cui Wilson suona tutti gli strumenti: è un congedo quasi in sordina, come se il protagonista di questa storia (allucinante e presente) si fosse liberato di ogni scoria (per niente è la “conta del disagio”). In realtà siamo di fronte ad un dissolvimento, un annichilimento e al completamento narrativo di un quadro, alla fine, pessimistico. Sul versante musicale, prevale un camerismo elettronico affidato ai sintetizzatori e agli effetti riverberati delle chitarre e del pianoforte.

E in fondo ci siamo arrivati. Che dire? Un album coraggioso, che, sicuramente, continuerà a dividere i “follower” di Wilson, ma basterebbe veramente liberare qualche incrostazione pregiudiziale a cui siamo affezionati (le etichette) per apprezzare questo lavoro in tutta la sua essenza. (Riccardo Storti)

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